Paolo Rossi

 

Scorci


2016


Pagg. 108


ISBN 9788883367045
Euro 10,00

 

F.to cm 10,5x18

Scorci, ritratti, riflessioni. E poi, transitare dal luogo dove hanno ucciso Giulio Cesare, e ancora il Pantheon, Piazza Navona… Incontrare Andreotti e De Mita con tutta la loro “scafatezza”. E soprattutto la Venusiana e sognare… fino a che il sogno viene bruscamente e pedestremente infranto.
Un mondo di personaggi peculiari, di macchiette, di persone vere. Una serie di pensieri a voce alta, considerazioni sulla meschinità del genere umano, fuori e dentro il Parlamento, la rivendicazione di un percorso politico “serio”, l’incontro con qualche rara personalità di statura. Raccontando un potpourri di situazioni, Paolo Rossi, divertendoci, ci fa capire quale sia il suo senso etico in politica, ma, quel che più interessa, nella vita.

 

Paolo Rossi, varesino, giornalista pubblicista, blogger, è stato amministratore comunale nella sua città e, per due legislature, Senatore della Repubblica. Attualmente è Deputato del Partito Democratico.
Prima di questo libro ha pubblicato nel 2011 per Macchione Editore Mamma mia il blog. Quando ha tempo, e soprattutto voglia, dipinge.

Recensioni

Estratti

L’APPLAUSO SOVIETICO

Anche nelle aule di Camera e Senato, l’applauso è abbastanza frequente, superfluo dirlo. Le sue origini pare risalgano al teatro classico greco, ma si potrebbe andare a ritroso nella storia e rintracciarlo ancora più indietro. Stiamo ai greci ed al teatro, peraltro perfettamente riprodotto dalle arene parlamentari.
Altrettanto ovvio è sottolineare che l’applauso manifesta approvazione e consenso, ma, attenzione, ha significati e sfaccettature diverse. C’è quello convinto e caloroso, quello compìto, discreto e contenuto, quello che interrompe per sottolineare passaggi oratori, quello finale dopo un intervento, in genere il più lungo, quello formale, di prassi, freddo e distaccato, persino quello che sa di sfottò. Interessante è valutarlo nel suo insieme, ma ancor più interessante è osservare come ognuno di noi applaude, perché ci sono differenze. Un gesto che evidenzia anche tratti personali e sorprendenti.
Mi ha sempre colpito l’applauso di regime, soprattutto quello esibito alle grandi manifestazioni nei Paesi dell’Est; su tutti, quello che era in uso nella vecchia Unione Sovietica. La parata militare d’inverno, a celebrazione delle rivoluzione del 1917, nella splendida ed immensa Piazza Rossa (quando la vidi, rimasi folgorato), con il grande mausoleo di Lenin, i meravigliosi colori pastello disneyani della cattedrale di S. Basilio ed il lungo balcone che si affaccia sulla piazza, nelle occasioni ufficiali occupato ordinatamente dai gerarchi del vecchio PCUS in inverno tutti con il capo coperto dal colbacco di ordinanza. Il vapore caldo che esce dalle loro bocche si condensa per il gelo formando piccole nubi; l’applauso, al passaggio di soldati, carri armati e missili vari, è anch’esso gelido, misurato, effettuato con una mano guantata ferma e rigida come una statua, e l’altra, ovviamente sempre guantata, che batte con ritmo lento e regolare sulla prima. Busto eretto e, obbligatoriamente, sguardo vuoto e vitreo che va sulla piazza.
Uno spettacolo unico ed indimenticabile che mi ricorda i collegamenti televisivi da Mosca con il commento del giornalista RAI Demetrio Volcic, in quella tv in bianco e nero targata anni ’70. Ebbene, a Montecitorio c’è un collega, peraltro amico carissimo, che applaude nello stesso identico modo. Impressionante! Sarà naturalmente un caso…

Proviene dal vecchio Partito Comunista.