Roberto Mussapi

 

Villon


2019


Pagg. 72


ISBN 9788883366031
Euro 10,00

 

F.to cm 14x21

Villon è la prima opera di teatro scritta da Roberto Mussapi. Pubblicata per la prima volta nel 1989 è stata subito portata in scena. Anche questa nuova edizione sarà rappresentata al Teatro Due di Parma. La vicenda, raccontata in una prosa che ha il ritmo “poetico” della migliore tradizione teatrale, vede Villon imprigionato sottoterra in una buia galera in attesa dell’esecuzione. Una “voce” dialoga con lui e ad essa il protagonista narra le vicende della sua vita travagliata e, si potrebbe dire, un po’ borderline. Quella del 1400 è una Francia, o meglio una Parigi, tumultuosa: i tempi sono difficili e, come in tutti i momenti storici di crisi, ognuno pensa a sé, a prendersi tutto quello che gli riesce, a far baldoria appena possibile. È la filosofia del carpe diem. Villon, poeta maledetto e geniale, fa parte di questa umanità e, proprio per questo, nei suoi versi riesce a descrive con vivacità la vita del tempo.

 

Roberto Mussapi, nato a Cuneo nel 1952, vive a Milano. Poeta e drammaturgo, è anche autore di saggi, di traduzioni da autori classici e contemporanei e di opere narrative.

La sua opera poetica è stata raccolta nel volume Le poesie, prefazione di Wole Soyinka, saggio introduttivo di Yves Bonnefoy, a cura di Francesco Napoli (Ponte alle Grazie, 2014).

Tra i volumi recenti di poesia, La piuma del Simorgh, Mondadori, 2016, e nel 2017 Voci prima della scena. Monologhi in versi per questa casa editrice. È editorialista e critico teatrale di «Avvenire».

Estratti

Cella sotterranea. Buio, illuminato da una fie­vole candela in un angolo. L’anfratto si chiude a imbuto verso l’alto.

 

Voce del guardiano Villon!

 

Silenzio.

 

Voce del guardiano Villon…

 

Dal foro in alto appare una luce baluginante, come di lanterna mossa esternamente, dal suolo, da un uomo arrivato di corsa.

 

Villon (Alzandosi dalla posizione racchiusa) Villon quale? La tua voce giunge a maître Fran­çois des Loges, altrimenti detto Villon, o a maître François de Montcorbier, alias Villon? No, scusa­mi, quando si decideva la mia vita ricevetti due missive analoghe, una a François des Loges, una a François de Montcorbier, altrimenti detto Villon. Sancivano la mia grazia. Due nomi. Avevo ucciso lo stesso uomo, naturalmente. Per legittima difesa. A entrambi i possessori del povero Villon fu riconosciuta la buona fede e concesso il perdono. Certo, ero io che avevo scritto due suppli­che diverse. Non si sa mai. Avevo ragione, allora. Due nomi, due suppliche, due grazie. Ora mi dici: «Villon?» Uno solo, solo nel fondo della società, nel fondo dell’essere? La tua voce dovrebbe essere quella del boia, che di un solo uomo fa due parti, più nessun nome. Vecchio porco, ho cinque ore davanti, cinque lugubri rintocchi, una questione tra preti e boia, tra confessori e assassini. E il mio nome è diventato così solo, così povero? Villon. Villon. Villon.
Questo nome da solo suona come la morte, ma io ne ero già informato. Perché vuoi ribadirla nominandomi? Non sono abbastanza in basso? Non basta questa prigione tra radici rospi e topi? Devi dire il mio nome dall’alto, soffiandolo come in un clarino, perché io lo senta rintronare nelle mie tempie per le ultime cinque ore? Perché non scendi qui a sentire l’eco sorda del mio nome, Villon?
Lo sentiresti come se fosse il tuo: rimbombo, muta eco contro la terra lurida, e poi nuda umidità, tra cinque ore la morte. Se sei un uomo, se davvero sei un uomo, non chiamarmi, non soffiare qui in basso il mio nome: pensa, io ti rispondo, Roger, Roger, e il suono risale; è il tuo nome, Roger, qui c’è il buio, la condanna inoppugnabile, la morte.
Roger, ascolta questa voce che sale come da un imbuto: è il tuo nome, Roger, è la morte. Provaci, provaci, rovesciamo le parti. Tu mi parli e dici il mio nome, ma io per offenderti dovrei salire a te e non posso. E tu che cosa sei più di me, Roger, sei… più in alto… Ho sonno. Ho tanto sonno. Muori, la­sciami in pace, stattene lontano, a cuccia, con la tua spada scintillante e la voce da falso amico. No, non frignare. Sta buono, so che sei sincero. È la cosa che mi fa più schifo. Che parli a Villon, a un morto.