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Mauro Maconi (18/05/1958 - 17/04/2001)

FRESCHI DI STAMPA

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Biancamaria Frabotta (1946-2022)

Maurizio Cucchi e Biancamaria Frabotta

La casa editrice Stampa2009 con Marco Andrea Borroni, Giorgio Prestinoni, Maurizio Cucchi, Valeria Poggi ricorda Biancamaria Frabotta e ripropone la prefazione di Maurizio Cucchi a I nuovi Climi (2007)

 

C’è un ampio respiro, c’è uno sguardo capace di abbracciare il mondo, con gioia e turbamento, nella profonda meditazione lirica che scorre in questi nuovi versi di Biancamaria Frabotta. Se ne è coinvolti per quella sua forma di pacata saggezza capace di osservare, quotidianamente, sotto il «grande disordine del cielo», l’umile e straordinaria bellezza malinconica della nostra breve avventura. Breve, certo, sempre più breve e sfuggente, segnata dal ripetersi dei gesti e dall’occhieggiare della luna nel buio, mentre si va compiendo il nostro «viaggio a rovescio». Un viaggio che a un certo punto sembra già del tutto compiuto, o che tutt’al più già fa pensare, come accade in questo libro, con riferimento al Congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni, al momento di riprendersi le valigie per scendere dal treno.

La poesia di Biancamaria Frabotta è venuta progressivamente acquisendo la classica com-postezza, sabianamente onesta, di una voce che non ha più alcun bisogno di impostarsi o adornarsi per testimoniare di un’umanissima inquietudine esistenziale, che pure coesiste con quello che parrebbe manifestarsi come un vivo desiderio di pacificazione e di armonia nel reale. Anche per questo, forse, il luogo dei nuovi climi – ma già era evidente nei testi più recenti, ed esemplarmente in Gli eterni lavori – , e dunque l’ambiente in cui si compie una meditazione lirica, è un luogo naturale, è una campagna dove in fondo l’economia dell’universo si realizza con serena spietatezza. L’uomo c’è o non c’è, come la spiga recisa dalla Falce. D’altronde, in un paio di versi, Frabotta dipinge tranquillamente l’identità oggettiva del nostro esserci: «Puntini in fila, sprofondati in se stessi / più s’allontanano, più s’assomigliano.» Ma tutto questo non cancella, né forse diminuisce, quel senso di piena, laicissima adesione all’esistente che, nella consapevolezza della nostra provvisorietà, resta incrollabile nei cuori più nobili. Non fosse altro che per la meraviglia che, fuori di noi, continua comunque a manifestarsi: «non tutto era stato ucciso / dalla terribile severità di quell’inverno. / Ancora, in stile fiorito, il suo giardino / godeva di tardive, ma robuste violette.»
Biancamaria Frabotta prosegue così, con uguale intensità ed energia, il lavoro iniziato, dopo La pianta del pane, con Gli eterni lavori del 2005, che era stato introdotto da Giorgio Patrizi, il quale ragionava molto opportunamente, per quei versi, di una «discorsività perentoria, pur nella compostezza della riflessione», e di una «cadenza pacatamente riconoscibile» quanto capace di «farsi carico della possibilità degli universi più complessi». Ne I nuovi climi ritroviamo, coerentemente, questi caratteri forti, che nascono anche e soprattutto da una tempra morale che nel corso degli anni e dei libri maggiori (dopo Il rumore bianco d’esordio, dell’82, La viandanza del ’95 e, appunto, La pianta del pane del 2003) ha sempre più governato la scrittura di Biancamaria, che ha acquistato nuovi spessori nel segno di una nitidezza affabile e di una sapienza del tutto esente da effetti letterari. Proprio per questo, e per la sostanziosa solidità delle sue ragioni come per la sua non comune sicurezza nella gestione dei materiali espressivi, Biancamaria Frabotta si impone sempre di più come una delle voci più autentiche della nostra poesia d’oggi.
m.c.

 

 

 

Questo inseguire un ricordo
dietro i pensieri di passo
questo volerla rimettere in asse
nel tempo, quella immagine
e quella soltanto, la riscoperta
di noi, ex nuotatori, ex camminatori
lungo una riva mai così amica e deserta
in un’estate mai così umanamente sperduta.
Puntini in fila, sprofondati in se stessi
più s’allontanano, più s’assomigliano.
Un istante della spiaggia può cancellarli
e io che vi seguo, nell’abbacinante zoppìa
chiedendomi se ne avrò abbastanza, di voi.

 

*

 

Riversi di sghimbescio
nel cortile degli avanzi
oltre il guardaroba
dove sono custoditi
i cimeli degli artisti
fra i portmanteaux
e le vuote ombrelliere
adibite agli accessori
giacciono i potenti signori
incappottati, in atto ancora
di alzare un braccio, in segno
di trionfo o di rassicurazione.
Per ammirarne il profilo
adagiato sulla tempia
il naso spezzato, il testone
cariato dalla polvere
per l’arte del grande formato
nel cortile della Tetriakov
non si paga il biglietto.

 

*


SENTIERO DI GUERRA

Vattene via, presidente, dai cieli
dai soli, dalle nevi, dagli uccelli
in fuga dalle tue bombe intelligenti
via dai giorni afosi, dalle notti del gelo
o le torride e terse, vattene
dalle nostre fatiche quotidiane
di umili avventurieri della pace
via dalle nostre vite scomode
dalle irte spine delle nostre povere
cose, via dalle riserve, dalle risorse
dalle soglie delle nostre case
dai nostri umani vizi, vezzi
storie d’amore che corrompi
dalle lontananze che avvolgi
in sudari, dal nostro girovagare
o stare, dalle ore più alacri
dai nostri inermi sonni
via, presidente, vattene
dal paese dilaniato dell’anima
mia, vattene dalla mia testa
fuori dalla mia poesia
che detesta ogni altra menzogna
che non sia la sua.
Io voglio cantare
solo di tramonti, rose di maggio
e ciliegie di giugno, io voglio
le lodi di chi chiude gli occhi
la sera, innocente, e l’indomani
li riapre implorando - Signore
che togli i peccati del mondo
togli dal mondo i grandi peccatori.

 

Il Libraccio, via Giulini, Como

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